Narrazione della pandemia: linguaggio e diritti contrapposti

Sono ormai quasi due i mesi passati in lockdown. Due mesi nei quali ci siamo abituati a discutere dell’esistenza, all’interno della nostra società, di una situazione sanitaria emergenziale. Se pensiamo ai contenuti che popolano le timeline di Facebook o Twitter, alla radio ma anche nei giornali e alla TV, ciò che emerge dal dibattito pubblico è una narrazione binaria che vede contrapporsi la sicurezza e la salute pubblica con altri diritti umani.

Una narrazione tossica innanzitutto perchè opera una dicotomia fra due (o più) diritti fondamentali: pensiamo alla contrapposizione privacy/salute pubblica, discussa da settimane da esperti di sicurezza informatica e non. In secondo luogo da un punto di vista logico: durante un’emergenza sanitaria come quella di Covid-19 è assai difficile pensare che, ad esempio, fra privacy e salute – due diritti rappresentati appunto in dicotomia fra loro – la scelta operata da un soggetto possa ricadere sulla prima. Il dibattito sulla privacy riscuote infatti già poco successo normalmente, ritornando alla ribalta ogni tanto a causa di qualche data breach o attacco hacker. Da notare anche come in questo momento per “salute pubblica” si intenda unicamente il diritto alla cura contro il coronavirus e si accenni invece ben poco sulla limitazione o sospensione di tutta un’altra serie di diritti inerenti la sfera della salute, soprattutto della donna, come il diritto all’aborto (farmacologico) o all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG).

Prima la salute e “la guerra al nemico”

Esempi della narrazione semplicistica di cui si parlava si ritrovano nell’opinione di alcuni politici, giornalisti, personalità di spicco e virologi. Roberto Burioni ha parlato più volte dal suo profilo twitter di emergenza in cui “la priorità unica è la salute delle persone”. Anche Carlo Cottarelli è della stessa idea parlando di Immuni, l’app scelta dal governo per realizzare il tracciamento dei contagi nella fase di riapertura che vivremo presumibilmente da maggio in poi: la privacy è importante, ma ora il nemico è il coronavirus e “pazienza se qualcuno saprà dove andrò a fare la spesa”. Così rappresentata, la privacy – un diritto sancito a livello europeo – sembrerebbe prevenire la sicurezza delle persone. Sicurezza che in questo momento non può essere messa in secondo piano.

Come pensare altrimenti. Sempre fedele a questa narrazione è anche la rappresentazione della pandemia attraverso un linguaggio militare, per cui esistono persone in “prima linea” che lottano per noi e persone (molte) che muoiono, mentre chi non risulta in queste due opposte fazioni è uno spettatore passivo che deve attenersi alle regole imposte dalla quarantena. Anche qui l’utilizzo di un registro “bellico” crea tensione e manipola il momento storico che stiamo vivendo: Il virus è un nemico da combattere e al quale abbiamo dichiarato guerra appena l’abbiamo reso tale.

Per quanto il coronavirus sia effettivamente una minaccia alla nostra vita da non sottovalutare, il linguaggio utilizzato per descriverlo è drammatico e strumentale. Questo evento – scrive Paolo Pecere su Il Tascabile – è prima di tutto una questione sanitaria e poi anche sociale e politica. Per affrontarlo è importante fare attenzione al senso di alcune parole come “eccezione”, “normalità”, “crisi”, “miglioramento”, e all’impatto che esse possono avere nei nostri pensieri e discorsi. Questo tipo di narrazione, fra l’altro, è sempre stato molto comune in medicina, non solo oggi. Il punto è che le conseguenze, come argomentano George Lakoff e Mark Johnson nel saggio Metafora della vita quotidiana, possono essere potenzialmente peggiori sul lungo periodo: le metafore radicate nei nostri linguaggi (tecnici o quotidiani che siano) orientano le percezioni, i pensieri e l’azione. Se conosciamo solo una parte di un fenomeno, tendiamo a ricostruirlo attraverso un’interpretazione che possa tappare i buchi di informazioni che non possediamo. Il punto è che alla fine queste metafore e interpretazioni non definiscono unicamente la realtà, ma finiscono per crearne una nuova.

La banalizzazione del diritto alla privacy

Negli ultimi giorni si è anche parlato di No-trax, nominativo che richiama il movimento contro l’utilizzo dei vaccini No Vax e la sua ostinazione alla causa. L’adozione di una terminologia di questo tipo non fa che aggiungere un’ulteriore increspatura nel dibattito pubblico, facendo scivolare un argomento tanto complesso quanto rilevante sul terreno della superficialità. Una volta banalizzato, il problema cessa infatti di essere tale e in futuro potrà essere probabilmente sottovalutato di nuovo dalla maggior parte delle persone.

Il dibattito pubblico italiano sul diritto alla privacy fa emergere in maniera evidente due aspetti cruciali: il ritorno alla ribalta della tecnologia come strumento utile e non solo causa di ogni male di questa società digitale; l’incapacità del governo, a distanza di due anni dall’entrata in vigore del GDPR, del caso caso Cambridge Analytica e di numerosi data breach in Italia, di sostenere una discussione coinvolgendo esperti di sicurezza informatica e protezione dei dati personali di rilievo nazionale. Il picco si è raggiunto nelle ultime settimane, a seguito della creazione della task force incaricata dal ministro dell’innovazione Paola Pisano e della mancanza di risposte ufficiali in merito ad alcuni rischi alla privacy dei cittadini paventati dagli esperti del settore. Come riportato da Wired, nonostante permangano alcuni interrogativi soprattutto relativi agli aspetti di funzionamento di Immuni, dopo forti pressioni avvenute sui social network fonti ufficiali del governo hanno assicurato che l’app sarà decentralizzata (ovvero eviterebbe l’accentramento delle informazioni raccolte in un’unica infrastruttura).

Come sottolineato su Wired in un articolo di Philip Di Salvo, la comunicazione istituzionale sul tema è stata pessima e caotica. Con queste basi non si poteva che tornare a parlare di dati personali e informazioni che molti di noi condividono “già” sui social network, sulle app che installiamo oppure giocando online. Come ben riportato, essere soliti scaricare applicazioni di questo tipo non pone gli stessi dubbi o problemi rispetto ad un sistema di tracciamento sanitario come quello proposto da Bending Spoons. I dati raccolti con app e giochi online non sono esattamente gli stessi che verrebbero raccolti per limitare il contagio Covid-19, e non sarebbero trattati da entità con gli stessi poteri (un’azienda privata e lo Stato). Non è utile neppure colpevolizzare il cittadino o dipingerlo come irresponsabile, poichè la privacy “agisce sempre in una dimensione collettiva”.

In un tweet del 23 aprile il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio – intervistato da SkyTg24 sul tema app Immuni – recita perfettamente la parte del politico che aderisce alla narrazione tossica di cui si parlava in precedenza; narrazione che unita alla mancanza di media literacy presente in Italia rende superficiale e leggera un’iniziativa di tracciamento statale che porterà grandi implicazioni future.

In merito a queste ultime, un caso esemplifica in modo calzante quali potrebbero essere i risvolti futuri che potranno condizionare la vita di tutti – non solo “di chi ha qualcosa da nascondere”. Dopo il 2001, negli Stati Uniti è entrato in vigore il Patriot Act: una legge federale che rafforza il potere di polizia e spionaggio proprio allo scopo di ridurre il rischio terroristico nel Paese. In quel momento la lotta al terrorismo è stata messa in primo piano minando la privacy dei cittadini: la legge riduce o elimina del tutto molte restrizioni a cui erano sottoposte agenzie governative come CIA, FBI, NSA durante le loro attività di intercettazione telefoniche e nella gestione di dati medici, aumentando la discrezionalità del governo nell’eventuale gestione di persone sospettate di terrorismo.

La caduta delle Torri Gemelle è avvenuta l’11 settembre 2001 e nel giro di poco più di un mese George Bush ha firmato la legge. Per quest’ultima – data la sua invasività – si è pensato ad un tempo limite, oltre il quale sarebbe stato necessario prorogarne gli effetti. La maggior parte delle misure introdotte nel 2001 sono permanenti, mentre alcune – eccezionali – sono sottoposte a revisione e proroga per continuare ad avere effetto. Nonostante siano passati 19 anni, proprio le sezioni eccezionali non sono mai state sospese. Non è stato di fatto possibile tornare indietro nel momento in cui si è ceduto su diritti civili come quelli coinvolti.

Le domande da porsi sono dunque molte e il tema è, come si diceva, estremamente delicato sia ora che nelle sue implicazioni future.