Violenza di genere online: strategie e tecnologie di resistenza

Secondo Amnesty International Italia 4 politici su 5 tra quelli che ricevono attacchi personali online sono donne. Questo perchè i commenti e gli insulti sessisti online non sono altro che lo strumento digitale del patriarcato tradizionale

Kate Smurthwaite è un’attivista femminista e autrice di Cruellablog. Sotto i suoi video o i suoi articoli online riceve, in media, dai 10 ai 20 commenti contenenti discorsi d’odio e insulti. La maggior parte includono riferimenti agli argomenti dei quali dovrebbe trattare o meno nel suo lavoro, e sul suo aspetto fisico — fat, ugly, desperate, bitch, deserves to be hit or raped  . Alcuni, forse i peggiori, condividono i suoi dati o le sue informazioni personali. Eleonor O’Hagan è una scrittrice freelance e contributor del The Guardian. Come molte giornaliste si occupa di coprire argomenti di vario genere, ma afferma di non subire molte minacce o insulti misogini online. 

Qual è la differenza fra le due? Semplice. La prima esprime in rete le sue opinioni femministe, la seconda no. Kate Smurthwaite esce da quella che è la definizione stringente di donna all’interno della nostra società. Rinchiudere le donne nella sfera privata (famiglia e casa) è un concetto che, con l’avvento dei social media e dello spazio di internet, è stato portato in una nuova dimensione. La violenza machista che si produce su internet reitera quella offline armandosi di troll che zittiscono donne, insulti misogini, minacce di morte. “Se non avessi twittato così tanto o non avessi parlato di quello specifico argomento, non ci sarebbero stati commenti misogini nei tuoi confronti”. È la paternale in versione digitale del “com’eri vestita quando ti fischiavano dietro o ti aggredivano?” litania che si ripete nella colpevolizzazione della vittima e non dell’aggressore, non di rado associata anche a quella che viene definita vittimizzazione secondaria. La soluzione non può e non deve ritrovarsi nella censura delle donne. Ma come si collega l’allontanamento di queste ultime dalla sfera pubblica offline con la loro esclusione dallo spazio online?

Il macro tema di cui stiamo parlando è quello dell’online harassment, ovvero la pratica di intimidire o minacciare una persona o una comunità attraverso l’utilizzo di tecnologie digitali. Per le donne in buona sostanza la violenza online è un nuovo strumento assoggettato alle regole patriarcali più antiche. L’UN Broadband Commission e l’UN Women hanno coniato il termine Cyber violence against women and girls proprio per riferirsi al target donne/ragazze. È necessario creare un termine apposito? A mio parere sì. E questo poiché le donne meritano un focus specifico, simile alla differenza che si sottolinea utilizzando adeguatamente le parole omicidio e femminicidio. Questi insulti online prendono infatti corpo poichè si è donne e, in quanto tali e solo per questo, si rappresenta un bersaglio per la comunità online. In aggiunta, questi due enti hanno posto sotto particolare osservazione le attiviste per i diritti umani:

in addition to the risks of threats, attacks and violence faced by all human rights defenders, women human rights defenders are exposed to specific risks such as sexual violence, defamation, intimidation, including against their family members, in order to deter them from continuing their valuable work. In 2017, Front Line Defenders recorded the killings of 44 women human rights defenders, an increase from 40 in 2016 and 30 in 2015.  (United Nations Human Rights — 29 novembre 2018)

Non vi sono differenze fra gli abusi perpetrati nei confronti delle donne, siano esse politicamente attive o meno, tuttavia è possibile immaginare quanto quelli indirizzati a queste ultime possano frenare il loro lavoro quotidiano a difesa dei diritti umani, minando le campagne di advocacy e informazione online.

Di quali tattiche stiamo parlando 

Dall’account hijacking passando per il cyberstalking fino al catfishing, i metodi utilizzati per abusare e molestare le donne online politicamente attive sono tanti ed hanno un impatto devastante su tre fattori: la sfera emotiva, la reputazione e l’incolumità fisica. Il catfishing, ovvero avvicinarsi ad una donna utilizzando una falsa identità con il fine di estorcere dati, informazioni e abitudini personali, è un lampante esempio di manipolazione della sfera emotiva. A questa tattica si collega a doppio filo ma con modalità più incisive e gravi la honey trap, che consta nell’utilizzare le informazioni captate dal soggetto attraverso una relazione sessuale o affettiva per poi minacciarne e manipolarne il lavoro (sia economicamente che politicamente). 

Illustrazione di Amal Hamed, Egitto

Segnalare la pagina di una attivista o il suo profilo Twitter è un’altra delle tattiche utilizzate per indurre la rimozione di un profilo, contenuto o altro, e mettere a tacere persone o comunità. La tecnologia utilizzata dalle attiviste viene anche hackerata in modo tale da rubarne l’identità: l’impersonificazione può causare danni lavorativi, economici, reputazionali (account hijacking). Simile negli effetti anche il google bombing, per cui vengono associati ad una persona politicamente attiva siti web o contenuti che appariranno in posizione molto elevata del ranking del motore di ricerca più utilizzato al mondo. Il bombardamento è realizzato per screditare gli sforzi delle donne che lavorano su questioni controverse, come la violenza religiosa, i diritti delle minoranze o l’accesso ai diritti di salute sessuale e riproduttiva. Questa tattica offre spazio per disinformazione e calunnia nelle ricerche online reprimendo efficacemente il dibattito e stimolando la diffusione di false informazioni.

Il revenge porn, o comunque la diffusione di immagini intime senza previo consenso della donna è un’ulteriore tattica messa in campo. Ultimamente, una tecnologia ancora abbastanza difficile da utilizzare (nel 2020 alcune previsioni dicono sarà molto più matura), il deepfake, ha creato problemi anche ad alcune attiviste e giornaliste soprattutto del Medio Oriente e indiane: il caso di Rana Ayyub è certamente uno dei più incredibili, soprattutto se pensiamo a quanto un video pornografico manipolato e diffuso senza consenso possa danneggiare una donna (giornalista investigativa) in una società nella quale il sesso è un tabù. Il video deepfake è stato il culmine di una campagna di misinformazione durata mesi. Sebbene i media diano molta enfasi alla pubblicazione di immagini di nudo di donne, in tutto il mondo la condivisione non consensuale non si limita alla condivisione di immagini pornografiche. Viene anche esercitato attraverso una serie di metodi che includono, ma non si limitano a, il rilascio di foto di manifestazioni, conferenze e altri eventi politici. Aggiungiamo poi anche la sextortion, un vero e proprio abuso sessuale quando la donna è costretta a fornire una prestazione sessuale come pagamento di un ricatto.

Strategie di resistenza

Le molestie e gli abusi devono essere riconosciuti. Solo così si possono mettere in campo le difese necessarie e reagire: come visto nell’elenco di prima, sicuramente non esaustivo, le molestie non sono solo fisiche ma anzi, nel mondo online, sono perlopiù atti compiuti allo scopo di rendere insicuro ed avverso lo spazio di espressione delle donne, facendole sentire a disagio ed esercitando una relazione di potere (in senso foucaultiano). Un comportamento lesivo che, se non contestato e combattuto sin da subito può sfociare in abusi e molestie fisiche, rese possibili dalla pubblicazione  – come nel caso di Kate Smurthwaite  – di dettagli e informazioni personali e sensibili della donna (indirizzo dell’abitazione, luogo di lavoro).

Una sfida in questo senso è quella di sviluppare soluzioni specifiche per il contesto, che tengano conto delle disuguaglianze storiche e attuali affrontate dalle donne. Le molestie sono infatti un problema sociale e politico profondamente radicato all’interno di relazioni di potere più ampie. Pertanto, le risposte che progettiamo nella lotta alla violenza di genere online non possono esistere a prescindere dalle disuguaglianze storiche da sempre vissute dalle donne e dalle cause profonde della violenza sistematica e della discriminazione.

Ulteriore passo avanti sarebbe quello di superare la parola. Affrontare la violenza online non è infatti solamente una questione di regolamentazione delle parole (hate speech): le forme e la portata delle molestie online si estendono ben oltre, utilizzando ad esempio l’hacking dei dispositivi di donne politicamente attive e la sorveglianza digitale. Come dimenticare, poi, che vi è una mancanza di volontà politica nel dare la priorità a soluzioni centrate sulle donne. La violenza online è strettamente intrecciata ad una più ampia geopolitica, in cui le tecnologie digitali e i dati digitali sono sfruttati da attori statali e non statali per manipolare i processi politici formali e informali. Le giornaliste, le attiviste e le figure politiche subiscono continuamente violenze online attraverso l’uso di campagne di disinformazione e notizie false a livello globale nel tentativo di destabilizzare e prevenire il loro lavoro, il che a volte mette a rischio la loro vita. Il discorso richiede quindi l’intersezione di geopolitica, tecnologia e politica sociale.

Tecnologie di resistenza

Esistono molti collettivi femministi o cyberfemministi, soprattutto latinoamericani, MENA ed europei, che creano contenuti e divulgano conoscenza in merito a ciò che una donna può fare per proteggersi dalla violenza di genere. In primis, la resistenza alle molestie online può essere protettiva o preventiva: devo scegliere con cura tutte le password dei servizi che utilizzo online, conservarle in un password manager e abilitare l’autenticazione a due fattori; ma anche evitare di geolocalizzarmi in tutti i luoghi che frequento, restringere la privacy del mio account Facebook, oscurare la webcam proprio come fa lui.

Nel pratico: ignorare i commenti, gli insulti, le minacce bloccando o cancellando gli utenti in questione (don’t feed the troll); parlare ed esporre quanto succede senza paura per cercare supporto, scoprendo di non essere sole; agire nell’anonimato. Quest’ultima è una tecnologia di resistenza che può efficacemente rendere gli attacchi di online harassment poco o per nulla pervasivi. Per fare ciò è fondamentale conoscere il browser Tor, sviluppato dal Tor project, che ricolloca la vostra connessione da una parte all’altra del mondo e permettere a chiunque di fruire internet anonimamente.

Digital security hints by Coding Rights
Digital security hints by Coding Rights

Coding Rights, organizzazione brasiliana nata nel 2015, ha creato la campagna #SaferManas basata su gif che forniscono suggerimenti su come evitare incidenti e ridurre le vulnerabilità online affrontata solitamente dalle donne, frutto di un’asimmetria che riproduce ciò che è vissuto nella società offline. Qui il report delle attività annuali svolte nel 2018.

Take Back the Tech —  https://www.takebackthetech.net

Take Back The Tech propone invece uno spazio collaborativo per parlare di tecnologia in chiave femminista: Take Back the Tech! Feminist Learning Circles fornisce sessioni in inglese, spagnolo o francese dove ascoltare e poi magari discutere di quali limiti esistono nell’esperienza di internet delle donne. Offre inoltre tantissimo materiale su sextortion, hate speech e cyberstalking.

Anche Privacy International si inserisce nel dibattito, ma in maniera differente. Se infatti indossiamo la lente della privacy potremo declinare la violenza di genere online (nelle sue molte forme) come una violazione del diritto alla privacy. Ogni volta che una donna è molestata, è il suo spazio personale e i suoi confini che sono invasi e violati, anche quando ciò si svolge su quella che viene percepita come una piattaforma pubblica. La comprensione delle molestie online passa dunque anche dalla comprensione della privacy: come il patriarcato si affida a tali violazioni della privacy per far valere il suo potere, e come questa violazione diventa forma di violenza di genere per punire le donne che si allontanano dalla sfera privata a cui sono limitate, dalla famiglia, dalla comunità e dalla società più in generale.

Il diritto alla privacy è infatti il potere di scegliere a chi dare accesso al ai nostri dati personali e alla nostra vita (così come operiamo offline). Questo diritto può essere esercitato anche attraverso la scelta informata delle tecnologie di comunicazione che si utilizzano, tecnologie di resistenza.