Facebook punta a una “maggiore privacy” e favorisce i gruppi privati. Spesso però questi sono luoghi di odio, razzismo, sessismo e disinformazione

Nelle ultime settimane sono stati numerosi i casi di hate speech, contenuto violento e discriminazione venuti alla luce grazie al lavoro di alcune testate giornalistiche internazionali all’interno di gruppi di Facebook, chiusi o segreti.

I gruppi esistono da molto tempo ma è da marzo 2019 che Zuckerberg ha annunciato come la piattaforma “[…] would move from being a social network where people broadcast information to large groups — a town hall — to a service that is modeled after a living room, where people communicate with smaller, trusted groups”. Un apparente ritorno indietro a quando Facebook, nel 2008, era il luogo non fisico dove parlavo coi miei amici e iniziavo ad abituarmi a condividere canzoni e pensieri. Più di 10 anni dopo, io sono cresciuta e lui si è evoluto.

Photo by Con Karampelas on Unsplash

Ma la privacy e la dimensione di “soggiorno” possono essere un ritorno a ciò a cui ero abituata io nel 2009, a 16 anni?

The Washington Post, alcuni giorni fa, ha pubblicato un articolo nel quale si discute proprio della “spinta” di Zuckerberg nei confronti dei Facebook Groups: forse non dovrebbero essere sottovalutati l’hate speech, il revenge porn, o la disinformazione che vengono veicolati all’interno? Secondo stime dell’azienda, sono circa 1 miliardo e mezzo le persone che mensilmente interagiscono all’interno di gruppi e 400 milioni coloro che li ritengono, in qualche modo, “significativi”. Il problema dei gruppi è che sono chiusi o, ancora peggio, segreti. Ciò significa che è necessario essere invitati ad aderirvi oppure che non possono essere ritrovati nemmeno attraverso la ricerca su Facebook. E la virata di Zuckerberg verso “more privacy and encryption” ha un risvolto anche per questi gruppi. Sembra che, in uno scenario non troppo futuro, nè Facebook nè le forze dell’ordine potranno accedere ai contenuti postati, dice il WP.

Sempre un paio di giorni fa, ha fatto capolino su ProPublica un’inchiesta sul gruppo I’m 10–15, creato tre anni fa e al quale sono iscritti circa 9.500 Border Agent Patrol (agenti che pattugliano il confine Usa-Messico). All’interno, moltissimi i commenti sessisti soprattutto nei confronti delle donne Dem. La Ocasio-Cortez, colpevole di essere in primis una donna, viene ritratta in immagini dove con violenza è obbligata da Trump a praticargli del sesso orale. Ma ci sono anche commenti razzisti e disumani nei confronti dei migranti: si ironizza sulla loro morte e la si mette in dubbio dicendo che è editata volutamente “su Photoshop”. Vista la facilità nell’eliminare le prove, The Intercept ha archiviato molte delle immagini e dei post presenti all’interno del gruppo. Fra le altre cose, tra i commenti, anche fotografie dei documenti identificativi dei migranti sudamericani, violazioni belle e buone della loro privacy. La motivazione della condivisione? Gli agenti sono divertiti dai nomi ispanici. Vi invito a leggere l’intero pezzo e guardare le immagini create dagli iscritti al gruppo, sul quale è stata aperta un’indagine da parte del Dipartimento di Sicurezza Interna americano. Tre giorni fa CNN ha riportato la scoperta di un gruppo simile, The Real CBP Nation, e delle pratiche di shaming presenti al suo interno portate avanti dagli agenti di confine nei confronti dei migranti.

Le Monde

Il razzismo e il sessismo nei gruppi di Facebook dilagano anche nel vecchio continente. Alcuni giorni fa, Le Monde ha pubblicato un articolo sul gruppo segreto «Femmes indignes» al quale erano iscritte più di 50.000 persone. Tutte le persone che vogliono aderire ad un gruppo segreto, come detto, devono essere invitate da coloro che sono già stati accettati. Questa considerazione aiuta nuovamente a sottolineare la grandezza numerica che possono raggiungere queste “comunità” online senza destare nessun sospetto sui contenuti scambiati al loro interno. L’obiettivo del gruppo era condividere foto o immagini intime di donne e ragazze per umiliarle (chiamandole troie, puttane, vogliose). Il gruppo è stato chiuso alcuni mesi fa dal social network, ma troppo presto: secondo l’avvocato di un collettivo femminista che ha seguito il caso, è necessario che la Procura possa indagare e cogliere in flagranza di reato i colpevoli prima di chiudere il gruppo, proprio come nel caso di I’m 10–15. Zuckerberg deve venire a patti con il fatto che la violazione dei, o di alcuni, termini di utilizzo della piattaforma può coincidere con la violazione della legge; ma anche che alcune azioni permesse dal social network possono essere illecite. In entrambi i casi Facebook è protagonista e dovrebbe prendersi le dovute responsabilità.

In Italia, un articolo di The Vision di alcuni giorni fa ci lancia senza paracadute all’interno di un gruppo segreto di finanzieri chiamato “Il Finanziere”. Esiste da più di 9 anni, ma l’analisi si è limitata alle ultime due settimane — che purtroppo bastano e avanzano — nelle quali main topic era Carola Rackete. Gli insulti sessisti sono svariati, deumanizzanti, violenti. E’ anche presente quella inconscia paura del maschio italico nei confronti dell’africano, visto come sessualmente più prestante e che in qualche modo dovrebbe punire la Capitana della Sea Watch per “quello che ha fatto”. E poi, “ma quale galera, impiccagione per lei e tutti i rappresentanti del PD che erano con lei e l’hanno sostenuta. Perché dobbiamo pagare noi il loro soggiorno in carcere. Se uno è colpevole bisogna eliminarlo”.

Una deputata PD ha portato la vicenda anche alla Camera con un’interrogazione e la Guardia di Finanza si è definita estranea al gruppo Facebook, dichiarando di aver dato inizio ad una rigorosa indagine sulle 80 persone autrici dei commenti.

I gruppi chiusi o segreti sono una black box dentro la quale si possono minacciare, discriminare e deridere liberamente alcune categorie vulnerabile della società così come persone ”normali”. Ma questo fenomeno esisteva anche prima dell’esistenza dei Facebook Group: i forum erano luoghi molto simili. La differenza fra i due è però che i numeri di Facebook sono davvero ingombranti e l’algoritmo della piattaforma (difficilmente prevedibile) permette a persone simili di entrare in contatto fra di loro più semplicemente, suggerendo amicizie e iscrizioni a gruppi. Un esempio celebre è quello delle mamme antivacciniste riportato da The Verge alcuni mesi fa.

Supporto agli iscritti di Facebook

Non sta a Facebook risolvere misoginia, odio e razzismo nel mondo online (che è specchio di quello offline) ma è chiaro che ci si auspica un’azione a contrasto (e quella dei content moderator umani non è sicuramente una soluzione). Lo richiama anche una recente ricerca del Pew Research Center in merito alla responsabilità delle piattaforme social di individuazione e rimozione di contenuti offensivi.

Pew research Center — 11 luglio 2019

Nonostante la nuova virata promessa da Zuckerberg in direzione privacy, però, purtroppo ancora nessuna buona novella.

[Sui discorsi d’odio tra politica e semantica, un articolo di Internazionale che riprende anche il Barometro dell’odio di Amnesty International]