L’ubiquità della stand-by society: l’incessante bisogno dell’Io nel cyberspazio

“In questo mondo silenzioso, tutta la comunicazione è digitata. Per entrare in esso, ci si deve liberare sia del corpo che dell’ambiente circostante e si diviene solo una cosa fatta di parole. Si può vedere quello che i nostri interlocutori stanno dicendo (o che hanno detto di recente), ma non come sono loro fisicamente, né il luogo dove si trovano” — Jhon Perry Barlow

La società cambia. E’ a partire da questa assunzione quanto meno ovvia che comprendere i fattori che scatenano questi cambiamenti risulta importante. In tempi antichi, la vita era scandita dalla ciclicità dell’agricoltura e dunque il passare delle stagioni — lunghi inverni e calde estati — rappresentava la sua velocità. La comunicazione, di riflesso, si basava sulla natura. Poi tutto cambia, con la società tradizionale, con la rivoluzione industriale, con la modernità. La quotidianità non è più correlata al cambiamento climatico, al sole, alla terra, all’acqua, ma dettata da un’altra velocità, quella dei mezzi di produzione nella città. Contemporaneamente la comunicazione si faceva più rapida: i treni, le macchine, le navi. La società era basata sulla produzione.

L’ultimo step a noi conosciutodella ciclicità del nostro tempo è la società post-moderna, ove il capitalismo è al livello più avanzato e viaggia sullo stesso binario dell’alta finanza, estesa globalmente e incorniciata dall’invadenza della televisione e dall’incessante flusso di notizie dal web. Una società in stand by, nella quale le persone si incontrano e dialogano nel cyberspazio, il quale impatta nella nostra quotidianità in modo penetrante e inconscio.

Chris Dancy, L’iperconnesso

Ad esempio, a differenza di come eravamo abituati fino ad una manciata di anni fa, le applicazioni di messaggistica non richiedono la necessità di accendere il computer o di inserire password per essere online: tutto rimane in background e ciò ci rende iperconnessi e sempre al limite tra realtà e virtuale.

Un’allucinazione vissuta consensualmente ogni giorno da miliardi di operatori legali, in ogni nazione, da bambini a cui vengono insegnati i concetti matematici… Una rappresentazione grafica di dati ricavati dai banchi di ogni computer del sistema umano. Impensabile complessità. Linee di luce allineate nel non-spazio della mente, ammassi e costellazioni di dati. Come le luci di una città, che si allontanano […]. — Neuromancer, 1984, William Gibson

La prima volta in cui ho avuto accesso a Internet esistevano ancora i modem analogici: per rendere possibile la comunicazione di più sistemi informatici era necessario un lasso di tempo che sembrava enormemente lungo e una colonna sonora che nessuno dimentica ancora oggi. Questo significava poter entrare nel mondo online e ciò avvenivasolo nel momento in cui ci fosse una diretta volontà. Il mondo viaggiava in modalità aereo.

Ora viviamo sottraendoci continuamente del tempo e ciò ci fa evitare la strutturazione di un pensiero razionale e rende le nostre azioni automaticamente uguali a quelle di ieri e poi di domani. Il nostro comportamento segue l’aggiornamento ossessivo delle timeline e la definizione della reputazione, che cognitivamente ci imprigiona in un loop di narrazioni perlopiù emotive. Siamo disponibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7: la famiglia, il lavoro, lo studio, i divertimenti sono ovunque e in qualsiasi momento convergono online. Nello stesso momento in cui scrivo, sto conversando anche con una persona su WhatsApp, e quando parlo con lei faccia a faccia, scrivo questo pezzo. Con la vecchia tecnologia si doveva fare qualcosa per entrare nel mondo virtuale, ora è necessario fare qualcosa per essere offline dato che non vi è nessun passaggio tra questi due stati; anzi, tutto accade automaticamente, senza che l’utente si renda conto.

Questo rapporto è favorito dagli smartphone, dispositivi ormai nelle mani di qualsiasi persona, che contribuiscono a creare una società delle comunicazioni priva di classi sociali. Più libertà di informazione, più comodità nella vita quotidiana; una macchina fotografica, una radio e un computer a portata di mano. Tutti possono esprimere liberamente le proprie opinioni, il loro odio, la loro felicità, e continuamente vengono interrogati in merito a ciò che dicono. L’atemporalità della comunicazione post-moderna ci porta spesso ad intrecciare discorsi faccia a faccia con discorsi virtuali, rendendo il web un luogo (non) in cui siamo circondati da persone che pensano le stesse cose e nello stesso modo processeranno quelle future.

Il bisogno di essere costantemente in rete ci lega a doppio filo ad un percorso che con noi stessi ha ben poco a che fare, ma viene imposto dalla stimolazione di emozioni, pratiche e decisioni collettive. L’emotional sharing si palesa nel momento in cui ci sediamo per pranzare con un amico e posiamo il telefono sul tavolo: questo scandisce l’intero momento con continue distrazioni e ansietà. I contenuti emotivi che pubblichiamo sono un narcotico al quale non riusciamo a resistere e Facebook ne rappresenta a pieno titolo il pusher.
L’ubiquità è caratteristica fondamentale della società in stand-by. Essere in posti diversi significa in fondo essere vivi e nel momento in cui non si ha uno smartphone — e quindi non si è contemporaneamente tra vita reale e comunicazione — si è letteralmente fuori dal mondo. La società in stand-by è massivamente permeata dal concetto di sorveglianza, ove la vita scorre su due binari ben precisi e che occorre percorrere con un certo equilibrio per essere aperti agli altri — coloro che ci giudicano bene o male di continuo. La vita dell’essere umano post-moderno è una vita costellata da quelli che in antropologia sono chiamati osservatori partecipanti, declinati però in corpi virtuali. L’essere delle persone si scinde ogni giorno, nei momenti individuali (che tali non sono mai) come nei momenti collettivi, quando gli amici, i colleghi e i parenti sono mentalmente connessi in un universo parallelo. Conversare su Whatsapp o su Facebook è più divertente e semplice, diventa una riconferma della propria comfort zone.

I limiti presenti nella vita del cittadino della stand-by society sono i limiti della tecnologia: l’immaginazione dell’individuo sociale si rapporta a quello che è l’orizzonte della tecnologia. Perdiamo l’ubiquità che essa ci offre e questo crea ansia, preoccupazione, senso di impotenza. Possiamo dire che la società verrà ridefinita sempre di più dalla possibilità di mantenere un collegamento continuo — che va oltre alla capacità di una batteria al litio, di una connessione internet estremamente rapida — e che questo potrà affliggere ogni istituzione sociale? Sì, basti pensare al fatto che Regina Dugan — capo dipartimento hardware di Facebook — abbia preannunciato che il social network intende decodificare gli input del cervello umano per renderli reali sulla tastiera dello smartphone o del pc.

Il modello di business della società in stand-by sta diventando sempre più pervasivo e i risvolti dell’iperconnessione sono molti: fino a che punto saremo in grado di decidere cosa condividere e cosa no? quanto sarà per noi difficile proteggere la nostra identità da questa ripetuta insinuazione della sorveglianza nella società?