Il giornalismo dei fatti e delle opinioni tra modelli di business sostenibili, fake news e politica

Cos’è un fatto e cos’è un’opinione. Proprio un paio di giorni fa mi è capitato di assistere a una discussione di questo tipo e ho pensato I don’t wanna live on this planet anymore.

I fatti sono affermazioni che possono essere provate e solo in quel momento si riesce a comprendere quanto siano veritiere: Ci sono 7 miliardi di persone nel mondo è oggettivamente un fatto, comprovatoe vero. I giornalisti italiani sono imparziali è invece chiaramente un’opinione.Quest’ultima consta di affermazioni solo a volte supportate da fatti, che possono essere discusse tra due o più persone, ma che non possono essere provate come vere o false: La Juve gioca sempre onesto.

A questo punto, è logico affermare come le persone possano avere le loro opinioni in merito a qualsiasi tipo di evento/individuo/situazione, ma non possano avere i propri fatti. Anche se la democrazia ci piace molto, per fortuna la verità non è democratica e dunque alle opinioni si deve dare il giusto peso. La filippica iniziale per dire che, in una società nella quale l’informazione viaggia meno veloce solo della luce, la information literacy e la media literacy sono fondamentali poichè ci permettono di capire come trovare, valutare e usare l’informazione di cui abbiamo bisogno in modo responsabile ed efficiente. Quasi tutti ormai hanno accesso ad internet ed è li che si viene a contatto con le news. Sappiamo bene quanto sia rilevante il ruolo del giornalismo, dato che le persone tendono a scegliere di leggere o di condividere quelle posizioni che confermano le loro credenze, prendendo le distanze da ciò che ne risulta contrario.

Partiamo quindi da una considerazione che servirà da leitmotiv per tutto il discorso: il giornalismo odierno non ha un modello di business che possa farlo rendere al meglio. Fare giornalismo vero e proprio, fare reportage all’estero, non sprofondare nel clickbait e nella pressapochezza è davvero difficile e costoso. Chi si occupa di sociologia dei media e studia il giornalismo ha pensato a possibili soluzioni che, però, trovano poca o scarsa realizzazione pratica — perché dispendiose o forse perchè non siamo ancora pronti del tutto ad un cambiamento nel modo di vedere il giornalismo e dunque la realtà. Si è parlato di crowdfunding per la rinascita di un giornalismo vero, che interessi, e che vada a braccetto con gli utenti. Di questa modalità di finanziamento se ne parla in molti ambiti della vita quotidiana: dalla musica agli eventi, dai viaggi al giornalismo e consiste nella creazione di una community di persone interessate ad un determinato progetto e che finanziano (con somme molto differenti) in cambio o meno di qualcosa. Gli Occhi della Guerra ne è un esempio italiano, Bell¿ngcat ne è un esempio internazionale. Nato su Kickstarter, questo progetto è creato by and for citizen investigate journalists e utilizza tecniche e tools che forse una parte degli accademici vorrebbero vedere in tutta l’informazione che ci circonda. Anche due altre cose sono importanti: l’open source e l’open data: un esempio del primo è qui. Il secondo è base sulla quale i giornalisti dei dati e investigativi posano le loro storie, ovvero i dati.

Campagna di crowdfunding di Bellingcat sulla piattaforma Kickstarter

Per quanto si parli del problema fake news dalla parte del lettore, condividendo guide su come tutelarsi e scegliere al meglio l’informazione su internet, affermando che sicuramente è una delle prime linee per arginare il problema, tirando in mezzo la propaganda politica e gli errori giornalistici — questioni assolutamente cruciali e sempre importanti ma che tenute insieme non rendono chiara la soluzione — è rilevante soffermarsi anche sull’ecosistema dei media e come dicevamo sul modello di business del giornalismo. Poichè come dice Philip Di Salvo in questo articolo “il cattivo giornalismo è forse ancora più grave delle fake news”. Infatti, i titoli acchiappa like delle testate giornalistiche online sono un modo attraverso il quale queste ultime si creano dei profitti — e sappiamo bene quanto questi soldi servano oggi in un ambiente in cui non se la passano troppo bene. La testata giornalistica Washington Post però ha provveduto dall’interno, con lo sviluppo di WP Fact Checker: essi controllano le notizie proprio come Snopes.com (migliore rubrica: Hot 50) e FactCheck.org, i siti forse più aggiornati in merito.

Per tirare le somme, sono vitali alcune considerazioni soprattutto tenendo conto di quelle realtà giornalistiche grazie alle quali possiamo ancora leggere qualcosa di valido: il data journalism è terreno concreto denso di fatti, che rende gli stessi giornalisti fact-checker in prima persona — una cosa routinaria diranno in molti, ma che così non è. Uno dei migliori data journalist italiani è Jacopo Ottaviani, che in Italia collabora con Internazionale e crea dei reportage full immersion dove il lettore fruisce della notizia in modo davvero personale: in E-waste Republic sono stata risucchiata per un’ora dai video e dalla cartina del mondo gialla che appare all’inizio, scoprendo che l’Islanda è piccolissima e crea più kg di rifiuti elettronici per abitante degli Usa. Il giornalismo dei dati è forse ciò che più si avvicina ad un giornalismo consapevole, di qualità, che non darebbe molto spazio di manovra a bufale e similari; facendoci riporre l’attenzione finalmente su una rivoluzione del giornalismo come mezzo di comunicazione, informazione e apprendimento.

Ci servono meno articoli iniettati di opinioni — anche in terza persona — più osservazione partecipante, più contatto con la realtà che si racconta, più descrizione, più interpretazione dei dati e meno dei fatti. Ma soprattutto, come afferma una ricerca di Sergio Splendore e Gianpietro Mazzoleni (Università degli Studi di Milano) all’interno del libro “Journalists and Media Accountability. An International Study of News People in the Digital Age” (2014), sembra che il giornalismo italiano sia politico-dipendente: nella tabella sono riassunte le risposte dei giornalisti partecipanti inerenti il livello di influenza che le pressioni politiche possono avere sul loro lavoro.

Con l’inserimento della politica nel dibattito dei fatti e delle opinioni sembra difficile essere speranzosi per quanto riguarda il futuro del giornalismo. La prima cosa che creerebbe un cambiamento tangibile sarebbe far capire ai giornalisti che il lavoro che svolgono è utile alla società: molti scrivono per inerzia, non hanno stimoli e tanti vivono in una situazione economica precaria. Le soluzioni elencate prima, come il crowdfunding e il data journalism potrebbero fare in modo che un giornalismo di qualità che ora rappresenta una nicchia renda in futuro il giornalismo italiano meno accondiscendente alle linee editoriali, più dedito alla deontologia professionale, più fact-checked (chiaramente, questo tipo di discorso afferisce ad una parte di giornalismo che sicuramente non è la cronaca locale o nazionale, poichè soggetta ad altre regole). Dall’altra parte anche il rapporto con i lettori é importante, ma questo risulta una conseguenza della trasparenza e dell’indipendenza dei giornalisti.

Tante possibilità sono aperte e anche l’International Journalism Festival di Perugia di quest’anno sicuramente potrà fornire molti spunti. Si parlerà di fake news e di whistleblowing in primis, ma anche degli svariati problemi che il giornalismo deve affrontare in questo periodo. L’occasione é decisiva per far incontrare il giornalismo italiano con quello internazionale e per dare la possibilità agli studiosi di rendicontare ai giornalisti il loro lavoro svolto dall’esterno; ricordando che il giornalismo non racconta solo la realtà ma la incornicia e la crea.