Disobbedienza civile: da Thoreau al whistleblowing. La situazione italiana in materia di anticorruzione e trasparenza

“A mio avviso, dovremmo essere prima di tutto uomini, e poi cittadini. Non è auspicabile che l’uomo coltivi il rispetto della legge nella stessa misura di quello per ciò che è giusto. Il solo obbligo che ho il diritto di arrogarmi è quello di fare sempre e comunque ciò che ritengo giusto”.

Così Henry David Thoreau esordiva nelle prime pagine di un pamphlet che ha ispirato molti altri pensatori nonviolenti del Novecento, come Mahatma Gandhi e Martin Luther King. Pochissimi sono gli individui all’interno della società che operano con coscienza e per il cambiamento; essi sono rappresentazione di ostilità per la maggioranza, la stessa che delega ad altri immaginari la modifica di talune leggi. La disobbedienza civile è una lotta politica che contrappone il singolo o un gruppo alla legge ingiusta, e lo fa in maniera pubblica — ovvero rendendo subito nota la sanzione prevista dalla legge stessa. Se si considera la “ragion di stato” come istanza superiore a quella della coscienza dell’individuo, la disobbedienza civile sarà sempre, di fatto — come anche Thoreau affermava — una mera violazione dell’ordinamento giudicata in sede penale. Il concetto che lega le teorizzazioni dell’autore all’attuale contesto sociale, giuridico e legislativo risiede nella considerazione di Stato come costruzione umana e per questo non infallibile, assoggettata alla modifica ed alla vigilanza dei cittadini ogni qualvolta vi siano irregolarità ed abusi di potere.

La disobbedienza civile diventa auspicabile in uno Stato in cui corruzione e trasparenza sono parole che viaggiano su binari paralleli, senza mai incontrarsi, se non alla fine di un circolo vizioso. In Italia, la situazione in merito a questi due macro argomenti finemente intrecciati tra loro è difficile, e definita da numerose variabili. Nonostante il nostro Paese abbia da sempre avuto a che fare con casi di corruzione — Mani Pulite, vallettopoli e calcio scommesse — il palcoscenico della trasparenza è ancora privo di fondamentali attori chiave. Che tu sia dipendente nel settore pubblico o privato, la corruzione in Italia esiste. Non è una costante, ma può essere presente. Potresti accorgertene e fare finta di nulla; oppure potresti spingere il tuo senso civico ad agire per denunciare un atto illecito. In questo caso potrebbe essere necessario fronteggiare diverse situazioni critiche come l’isolamento nel posto di lavoro, il mobbing, il licenziamento. Alcune persone hanno fatto sì che il binario corruzione si scontrasse con il binario trasparenza, dando vita ad un gesto che possiamo — e dobbiamo — identificare come disobbedienza civile.

Andrea Franzoso è un ex-Internal Auditor di Ferrovie Nord Milano e whistleblower italiano che ha denunciato, nel febbraio del 2015, atti illeciti all’interno di FNM. Quest’ultima è un’azienda pubblica al 72% e il suo operato ricade inevitabilmente su tutti noi — cittadini milanesi e italiani — e, forte di questo, Franzoso denuncia l’allora presidente Norberto Achille per utilizzo improprio di denaro pubblico. Oltre 600.000 euro sono stati tolti alla collettività per regali di lusso, poker online, multe, spese alimentari. Franzoso viene isolato, confinato ad un finto incarico e successivamente condotto a “patteggiare” le sue dimissioni. Ora, fronteggia l’indagine in un processo in cui sembra l’unico a pagare davvero, sia gli avvocati che le ripercussioni del suo gesto. Ma chi è un whistleblower? Di difficile traduzione italiana, la parola whistleblower denota colui che, nell’azienda per la quale lavora, riporta attività illecite accadute o in corso. Solitamente la segnalazione si riferisce all’operato di un soggetto specifico o di una pluralità di soggetti e va a ricoprire materia di interesse pubblico, ovvero tutte quelle azioni che possono influire sul lavoro di altre persone e sui cittadini in generale. In alcuni ordinamenti giuridici nazionali la figura del whistleblower è protetta dalla legge, che presuppone l’illegalità di trattamenti ingiusti nei confronti di quest’ultimo (compresa la perdita di lavoro, assai frequente in questi casi). La protezione di cui deve godere un soggetto che segnala illegalità — sia esso dipendente o anche solo cittadino — deve essere estesa al passato, al presente ed alla futura possibilità di incappare in ulteriori eventi di questo tipo. La situazione italiana è estremamente difficile e per questo alcune mobilitazioni sono degne di nota.

La campagna #vocidigiustizia è stata lanciata il 20 luglio 2016 da Transparency International Italia e da Riparte il Futuro e indirizzata alla Commissione Affari Costituzionali del Senato, con lo scopo di calendarizzare e discutere il disegno di legge sulla protezione dei whistleblower in aziende pubbliche— già approvato dalla Camera nel gennaio 2016. La petizione ha raggiunto più di 50.000 firme, l’obiettivo sarebbe quello di averne 100.000. I numeri contano, sì, ma l’azione di advocacy che queste due realtà stanno svolgendo — il primo da molti anni, il secondo da meno tempo ma incisivamente — è cruciale per tenere alta la voce e non far inabissare temi quali la trasparenza e l’anticorruzione. Secondo RiF e Transparency Italia, la legge manca di canali ben definiti di segnalazione, in mancanza dei quali un cittadino o un dipendente non riconosce da subito chi sia il migliore destinatario della stessa; di un fondo di ristoro che, al momento della segnalazione, possa aiutare in termini economici il whistleblower che si ritrova a sostenere una spesa legale ingente; di sanzioni concrete nei confronti dei discriminatori — ad esempio, in Italia, non vi sono sanzioni concrete in caso di demansionamento del dipendente. Di assoluta importanza è sicuramente la garanzia alla riservatezza: anonimato e privacy possono innescare un circolo virtuoso e il report dell’OECD sul tema può solo che confermarlo. Nel momento in cui la mia azienda — che in Italia può essere ancora solo pubblica — mi garantisce, attraverso una definita policy in merito, di essere coperto dall’anonimato, la possibilità che io denunci attività illecite si alza drasticamente.

Nel 2014, Transparency International Italia ha redatto un report sul primo anno di segnalazioni (2014–2015) avvenute in Italia attraverso la piattaforma ALAC — Allerta Anti Corruzione. Quest’ultimo funge da intermediario fra il segnalante vittima o testimone di corruzione e le istituzioni che possono aiutarlo; coprendo anche soggetti non strettamente dipendenti in aziende pubblico-private ma anche semplici cittadini. Ad ottobre 2016, erano 269 le segnalazioni arrivate — dopo un percorso guidato di domande — alla piattaforma (sicura e protetta, basata su un software open source chiamato Globaleaks per mantenere la riservatezza sia dell’identità del segnalante sia delle informazioni inviate)Durante il primo anno, le segnalazioni sono per la maggior parte inviate da Lombardia, Lazio, Campania e Puglia.

Dal report ALAC

L’anonimato risulta essere — non solo nella teoria ma anche nella pratica — il mezzo più utilizzato dai segnalanti: l’identità viene svelata solo in un secondo momento, quando la vittima instaura un rapporto di fiducia con i riceventi. L’incapacità di “metterci la faccia” chiarisce la presenza di un problema culturale che rende inevitabilmente più difficile il lavoro di ALAC: l’anonimato potrebbe infatti essere un’arma a doppio taglio nel momento in cui un dipendente voglia accusare un superiore o un collega di un illecito inesistente. In mancanza di una documentazione scritta che possa dimostrare il fatto o di qualsiasi altro dato reale, in presenza di anonimato ALAC determina l’archiviazione della segnalazione.

Dal report ALAC

Emerge chiaramente dal grafico quanto le segnalazioni siano maggiormente inerenti a casi di corruzione all’interno delle PA: dalla generica mancanza di trasparenza ai più chiari abuso di posizione pubblica e frode/falso contabile.

Il report ALAC e il lavoro di RiF e Transparency International Italia sono materiale da non sottovalutare: la storia di giustizia di Andrea Franzoso si inserisce in un più ampio discorso che raccoglie con sé molteplici variabili come il contesto culturale, educativo, politico e legislativo. In primis, la paura di subire ritorsioni e la sfiducia nelle istituzioni preposte alla lotta alla corruzione segnano un’apparente incapacità del nostro Paese di schierarsi, non solo a parole, contro il malaffare. In un paese in cui “chi fa la spia non è figlio di Maria” o è un Giuda e nel quale i cittadini pensano che non sia loro compito decidere di fare qualcosa nel momento in cui vengono a conoscenza di attività illegali, il dramma è di natura civica: far apparire una vittima come spia, delatore, infame è una questione legata a doppio filo con il linguaggio e lo stigma culturale e religioso italiano. A infiocchettare il tutto vi è la lenta macchina della giustizia, per la quale la maggior parte delle volte si sa già che il processo andrà in prescrizione — con il proscioglimento degli imputati ancorché colpevoli.

Secondariamente, si pone spesso anche la questione del premiare o meno il whistleblower come succede in USA e da poco anche in Canada. Il problema è che non abbiamo bisogno di eroi — “disgraziato il popolo che ha bisogno di eroi” diceva Brecht — poiché vengono alla ribalta, sono insigniti di alti meriti e poi sono inesorabilmente dimenticati. Si misurano nei confronti di qualcosa che altre persone non sono in grado di fare e non è questo lo scopo di tutte le realtà che lavorano attraverso advocacy lobbying. L’intento è quello di dare spazio alla nascita di una coscienza attiva e reattiva dei cittadini, che vedono la disgrazia — o l’opportunità forse — di segnalare avvenimenti legati alle PA ed alla corruzione in generale, come strumento per adempiere a valori civici e morali. Collegato a ciò, il buon esempio dei giornalisti e di tutto il sistema mediatico — che subissa i lettori di continui reati di corruzione, concussione, turbativa d’asta— nel far emergere storie di soggetti che lottano per questo diritto alla trasparenza e attenzionare la giustizia in merito alla piaga della prescrizione, è di vitale importanza per aumentare il dibattito pubblico.

Infine, la lotta alla corruzione è una strada tortuosa, nella maggior parte dei momenti difficile. Per questo serve avvicinarsi ai giovani — che non segnalano, non sono coinvolti in queste tematiche — serve andare nelle scuole per stimolare l’incontro con un cancro con cui ci tocca vivere tutti i giorni e dargli in mano il potere di cambiare le cose, cosi “(…) che la vostra vita faccia da contro-attrito per fermare la macchina” (Thoreau, 1849).