Hate speech e legittimazione politico-mediatica. Fin dove c’é libertà di espressione?

Il confine che c’è tra spazio online e spazio offline, spazio pubblico e spazio privato, è ormai molto labile e l’impatto che uno genera sull’altro è nella maggior parte dei casi, sottovalutato. Sappiamo quanto sia facile ora esprimere le proprie opinioni attraverso Internet: finalmente non più quel tradizionale medium onetomany senza possibilità di replica, ma mezzo che possiamo plasmare con le nostre mani, diventando in definitiva dei prosumer (producer+consumer) di contenuti che vogliamo vedere e che vogliamo siano visti. Il rapporto Internet-essere umano sarà sempre destinato ad avere implicazioni negative in quanto è difficile operare delle limitazioni nel suo uso senza ledere una serie di diritti fondamentali, tra i quali quello della libertà di espressione. Non passa certo inosservato, però, il problema della discriminazione che si veicola online e che si appella appunto a questa appena citata libertà. Parliamo di hate speech perché oramai siamo arrivati ad un punto in cui relazionarsi con gli altri tramite il web e i social media è diventato difficile e spiacevole, e ne abbiamo riprova ogni giorno. I discorsi di odio — così viene tradotta la parola in italiano — sono parole, epiteti, argomentazioni incentrate sulla discriminazione nei confronti di determinate minoranze etniche, basate sul sesso, sull’appartenenza religiosa, sulla razza. Insomma niente di nuovo sotto il sole se solo non fosse per il fatto che stiamo assistendo ad una sempre maggiore legittimazione di queste pratiche, vuoi per una questione economica, sociale e politica, vuoi perché non ci sono molte azioni di contrasto in merito. Abbiamo assistito più e più volte alla discriminazione della nostra Presidentessa della Camera Laura Boldrini, insultata tramite Facebook, coadiuvata anche da una legittimazione politica: è del 21 luglio 2016 un articolo del Corriere della Sera che mostra come Matteo Salvini abbia paragonato quest’ultima ad una bambola gonfiabile.

Una delle tante dimostrazioni di come figure istituzionali e politiche si rendano autrici di messaggi di razzismo e odio online per “scherzare”, per “libertà di espressione”. L’argomento spinge a chiedersi perché si faccia così fatica a gestire la comunicazione ma soprattutto perché sia così facile non inorridirsi davanti ai discorsi d’odio, di intolleranza e discriminazione. Come detto in precedenza, la trattazione di questi temi in chiave xenofoba é in parte legittimata dalla politica, ove per politica si intende una vasta parte di coloro che ci rappresentano: ormai non è più solo la destra estrema, ma anche aree politiche eterogenee intrattengono l’opinione pubblica con questi scandali. I mezzi tradizionali, di contro, non hanno mai preso una posizione in merito e ciò ha comportato ulteriore legittimazione e acuito il seguito tra le persone, che si sentono in dovere di odiare, discriminare o anche solo di imitare chi già per loro decide chi si debba odiare e chi no.

Il problema hate speech online è dibattuto da una fetta marginale dell’opinione pubblica e questo porta inevitabilmente ad una incapacità di fondo nel risolvere o almeno nel tentare di limitare quelle che sono le conseguenze dell’odio online, nonostante numerose siano le vittime di queste azioni. Non per ultimo, vi è anche un dibattito che verte sulla possibilità reale o meno che l’hate speech online possa trasformarsi in hate crime, chiarendo che il secondo è sicuramente un crimine perseguibile per legge.

Hate crime registrati dalla polizia (anni 2009–2013). ODHIR (2016)

Anche se una rappresentazione statistica del fenomeno non é semplice, a causa dell’under-recording e dell’under-reporting — soprattutto in Italia — secondo il report dell’Office for Democratic Institution and Human Rights dell’Ocse, nel 2013 le forze dell’ordine italiane hanno riportato 472 crimini d’odio, una cifra nettamente superiore agli anni precedenti. Di questi crimini, 26 sono stati commessi su base religiosa, 194 riguardano fenomeni di razzismo e xenofobia, 52 riguardano discriminazioni nei confronti di persone LGBT. Per la prima volta, nel 2013, le segnalazioni di crimini d’odio sono largamente connesse all’ambito online (354 casi su 472). Grazie ai nuovi media stiamo infatti assistendo ad una nuova forma di proliferazione di razzismo e discriminazione e questo poiché agli attori politici si aggiungono anche le pagine e i siti di contro o disinformazione, i gruppi di Facebook, i forum; finendo per creare uno spazio infinito disintermediato dove le informazioni falsate, non veritiere e montate navigano indisturbate e sono controllate solo tardivamente.

Un grande protagonista del discorso d’odio non potrebbe che essere Facebook. Chiariamo che non si tratta tanto della piattaforma in sé — anche se ci auspicheremmo maggiore interesse in materia da parte di Zuckerberg&Co — quanto delle persone che su Facebook esercitano queste azioni. Un esempio simbolo è rappresentato dalla sezione commenti di testate giornalistiche nazionali come La Stampa, bombardata da insulti, frasi xenofobe, sessiste, qualunquiste inerenti agli articoli condivisi (usualmente riguardanti questioni come Islam, Rom, femminicidi o omicidi per mano di immigrati). Non è stato difficile trovare sotto quasi tutti gli articoli pubblicati sulla pagina della testata questo messaggio:

Anche se il tema è poco dibattuto, esistono comunque associazioni che ne affrontano le problematiche: il Progetto PRISMA — Preventing, Redressing, Inhibiting hate Speech in new Media — è nato dall’unione di ArciCittaliaUniversitat de Barcelona e numerosi altri promotori, sostenuti economicamente dall’Unione Europea. Il progetto ha lo scopo di sviluppare strategie e promuovere pratiche volte al cambiamento del comportamento d’odio online. Il progetto portato avanti da cinque stati europei (Italia, Francia, Spagna, Romania e UK) si combina di vari approcci interdisciplinari e comprende ricerca e training indirizzati a coloro che lavorano in ambito legislativo, educatori, amministratori di social networks, giovani studenti e lavoratori. Nel concreto, il progetto sostiene dibattito online e offline circa antidiscriminazione, sessismo e razzismo e qui potete trovare i toolkit nel caso voleste contribuire anche voi con un’attività di insegnamento tramite laboratori.

Il dibattito porta all’emergere di due nodi centrali in merito all’hate speech in Italia: il primo riguarda gli utenti dei social network o comunque di internet in generale che lanciano messaggi di odio online; il secondo è la legislazione in materia. Il primo nodo è importante in quanto le persone non si preoccupano minimamente del contenuto che vanno a pubblicare in un commento. Normalmente queste non omettono il proprio nome né la propria foto del profilo, non omettono l’email per commentare sotto agli articoli di giornale; non fanno tutto ciò semplicemente perché non credono di essere in errore, di agire in maniera illegittima, non capiscono che la demarcazione tra il mezzo di comunicazione che stanno usando e la realtà non è poi così grande. Tutto questo forse deriva anche dall’ecosistema dell’informazione mainstream, dove spesso le notizie diffuse non sono obiettive, non citano fonti o documentazione e sono dunque luogo astratto nel quale certe idee ed opinioni maturano ancor prima di arrivare sui social network. Il secondo nodo é determinato dalla questione legislativa, un approccio al fenomeno alquanto spinoso poiché nell’ordinamento italiano non è prevista alcun tipo di sanzione per i comportamenti di hate speech online. Come accade spesso, il legislatore propone invece un allargamento delle leggi vigenti in materia di istigazione all’odio anche al mezzo Internet, incorporando a leggi vecchie questo mezzo di comunicazione ancora poco vicino all’ordinamento italiano. Niente di più sbagliato, perché come abbiamo già detto Internet è un mezzo particolare, difficile, plasmato in continuazione, favorito da continue evoluzioni — ciò lo rende sia complicato, sia degno di maggiori attenzioni. La legge 13 ottobre 1975, n. 654 è stato il primo approccio nei confronti del fenomeno, introducendo il reato di istigazione alla discriminazione ed alla violenza nei confronti di minoranze etniche o razziali, punendo con la reclusione da uno a quattro anni “chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale”. Il secondo passo avanti é definito dalla Legge Mancino che, paradossalmente, prevedeva una generale attenuazione delle sanzioni previste in precedenza; e la Legge 24 febbraio 2006, n. 85 intitolata “Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione”. Quest’ultima, ora vigente, ha ristretto ancora di più la portata delle condotte sanzionabili sostituendo la parola “diffondere” con “propagandare” (designando ovviamente un tipo di azione molto specifica) sia diminuendo ancor di più le pene già precedentemente modificate (reclusione fino a un anno e sei mesi pagamento di una multa di 6.000 euro per chi propaganda idee razziste o istiga a commettere o commette atti di discriminazione).

E’ chiaro come di lavoro in merito se ne dovrebbe fare molto e su entrambi i fronti: da una parte gli educatori e gli insegnanti, cosi come le famiglie, insieme al MIUR possono sensibilizzare i giovani contro la discriminazione, il razzismo e diffondere una cultura del rispetto, della diversità dell’altro ed un uso più consapevole di internet e dei social media in generale. Dall’altra parte, le associazioni che sono attive civicamente e la fetta di opinione pubblica interessata a questi temi chiedono al legislatore una maggiore completezza della normativa nazionale rafforzandola (e dunque ristabilendo la severità delle pene all’inizio determinata), ampliando la portata della legge anche per tutelare la comunità LGBT, consentendo a enti terzi di documentare i casi di hate speech ed hate crime, in modo da favorirne la divulgazione. Inutile sottolineare, inoltre, la necessità di collaborazione delle figure istituzionali, dei politici e degli opinion leader del dibattito pubblico per limitare l’utilizzo di discorsi d’odio anche attraverso i social media — attivando magari delle pressioni interne ai partiti nei confronti di quei politici che vengono colti discriminare minoranze o lanciare epiteti sessisti. Chiarire inoltre ai cittadini che la libertà di espressione di cui tutti dovremmo e vogliamo godere sta nella differenza tra un discorso dotato di interesse per la collettività e un discorso basato sull’odio.

Così esordisce la Suprema Corte degli Stati Uniti in merito a coloro i quali utilizzavano il Primo Emendamento come scudo per continuare a propagare odio e diseguaglianza sociale:

Ci sono alcune categorie di discorso ben definite e limitate, la cui prevenzione e punizione non ha mai sollevato alcun problema costituzionale. Sono le volgarità e le oscenità, la calunnia e l’insulto, le parole di scontro, cioè quelle che per la loro stessa espressione inferiscono un danno o tendono a provocare una violazione dell’ordine pubblico. Queste espressioni non sono parte essenziale di alcuna esposizione di idee, e sono di così scarsa utilità sociale ai fini della verità che qualsiasi beneficio che potrebbe derivarne è ampiamente superato da un interesse sociale più grande nell’ordine e nella moralità (Chaplinsky v. New Hampshire, US Supreme Court, n. 315 U.S. 568).

Se quindi abbiamo diritto di manifestare il nostro pensiero, abbiamo anche il dovere — con quest’ultimo — di non ledere la dignità altrui, né su una piattaforma online, né su un forum, né su un sito di controinformazione; poiché sicuramente nello scambio face-to-face accadrebbe solo dopo averci lungamente pensato.