Fake news e fact-checking. Essere informati richiede allenamento

C’è una giusta e doverosa premessa al centro del discorso sulle fake news e sul fact-checking che stiamo per affrontare: come sappiamo bene la disinformazione non è affatto uno dei tanti prodotti di Internet e dell’utilizzo sempre più esteso di questo, bensì un problema assodato e presente da tempo su altri media. Sicuramente l’utilizzo del web — continuo, persistente, onnipresente, modellante — ha reso questa “pratica” più semplice da condividere ma soprattutto più redditizia. Del discusso rapporto che hanno (soprattutto) i social media — perché sembra che proprio lì si svolga la vita quotidiana di un individuo e la maggior parte della navigazione online — con queste fake news si è parlato molto, tanto che anche Mark Zuckerberg, lo scorso novembre, ha dichiarato apertamente che le false informazioni sono diventate un problema da non sottovalutare su Facebook.

Marck Zuckerberg in un post sul suo profilo Facebook

Poco dopo, ecco un articolo di Adam Mosseri che cita i passaggi pensati dal team per tentare di limitare il problema e che prossimamente verranno testati sulla piattaforma: innanzitutto Facebook renderebbe più facile la possibilità di segnalare la presenza di una bufala cliccando su “it’s a fake news story” (passaggio uno) e “mark this post as a fake news” (passaggio due). Ovviamente questo primo momento prevede il fatto che l’utente medio si accorga che quella che sta leggendo non è una notizia vera. Questo sicuramente potrebbe portare a non poche problematiche, dato il fatto che, come sappiamo — anche dai risultati di questo test — molti degli utenti online non hanno idea della quantità di bufale in circolazione e di come identificarle tali.

Umberto Eco fake su un sito con logo simile a quello di SkyTg24

Ma Mosseri ha pensato anche a questo: Facebook collaborerà con terze parti (organizzazioni di fact-checking che hanno firmato un accordo con quest’ultimo) per far sì che i contenuti siano controllati da esperti e giudicati veri o falsi. Nel secondo caso saranno relegati in fondo alla home di qualsiasi utente, che potrà comunque condividerli ma corredate dalla frase “disputed by 3rd party fact-checkers”.

Un successivo passaggio — che in questo caso non segue l’utente bensì la piattaforma — è definito dall’utilizzo di un maggiore controllo delle notizie meno condivise. Ora, questo tipo di controllo potrebbe creare un pò di perplessità poiché nel rapporto viene spiegato così: “we’ve found that if reading an article makes people significantly less likely to share it, that may be a sign that a story has misled people in some way.” e ancora, “ we’re going to test incorporating this signal into ranking, specifically for articles that are outliers, where people who read the article are significantly less likely to share it”. Dunque, secondo questo assunto, un articolo meno è condiviso e più è sospetto. Partendo dal fatto che non possiamo sapere quanto questo ragionamento possa essere vero ed applicabile all’enorme quantità di casi possibili, è difficile credere che Facebook sia in grado di creare — sul breve termine — un team umano in grado di risolvere volta per volta ogni singolo caso di fake news cercando di capire il perché questo o quell’articolo venga condiviso meno di altri. Il pericolo è che l’ennesimo strumento di prevenzione della piattaforma sia un buco nell’acqua come quello già a disposizione per segnalare i contenuti inappropriati.

Per quanto riguarda la redditività della bufala online — dato che l’altra alternativa è il trolling — vi sono organizzazioni che si spacciano per reali e che forniscono al web decine di storie al giorno da sgranocchiare sul divano. Facebook sta adottando alcune pratiche per evitare che queste organizzazioni abbiano incentivi finanziari attraverso il click baiting (non è cambiato molto dal 2014): dal lato degli acquisti, la piattaforma cerca di eliminare o comunque di evitare l’iscrizione di domini fasulli; dal lato dell’editore, ancora si è in alto mare (we are analyzing publisher sites to detect where policy enforcement actions might be necessary).

Il lungo dibattito nasce perlopiù dal fatto che Facebook è, volente o nolente, il social network che rende più interattiva, rapida e visibile la comunicazione individuale, pubblica, sociale, politica e d’impresa; ma dall’altra parte porta con sé grandi interrogativi circa la difficoltà nella realizzazione di regolamentazioni efficaci sia per quanto concerne la condivisione di contenuti sia per la realizzazione degli stessi. Occorre riflettere inoltre anche sul ruolo che Facebook svolge differentemente ad esempio da Twitter: il primo ha raggiunto 1.7 miliardi di utenti attivi al mese (luglio 2016) e si basa su un’interazione altamente personale, il secondo è dedito all’informazione e con i suoi 140 caratteri e la frenesia dei tweet è in grado di veicolare centinaia di migliaia di notizie in un’ora, che sarebbero facilmente smentite — se false — una dietro l’altra.

Cosa fare quindi per evitare che il mondo online sia sommerso dalla disinformazione? Il punto centrale — che sembra così scontato ma anche così giusto da ribadire — è definito sia dalla necessità di conoscere profondamente il canale di comunicazione che utilizziamo quotidianamente, sia da una buona dose di ragionamento critico. Qualcuno, comunque, sta cercando di rendere questo percorso meno tortuoso soprattutto per noi giovani che, non dimentichiamoci, siamo nati dentro Internet: Factcheckers è un’associazione no profit che si occupa di educational fact-checking, ovvero di educare gli utenti online (attraverso laboratori, lezioni pratiche, conferenze) ad avere gli strumenti basilari per capire la differenza tra una notizia vera ed una palesemente falsa. Una volta online bisogna rendersi infatti conto che a differenza di quanto crede la maggior parte delle persone, si ha il potere di influire su altri individui (quelli che ci seguono, ma non solo) e che anche una condivisione azzardata potrebbe renderci complici di un meccanismo indiretto che va ad alimentare la sempre più difficile definizione dicotomica vero/falso.

Il problema della disinformazione non si elimina con la possibilità di decidere di non vedere, eliminare, o peggio ancora di farlo fare a coloro che probabilmente questo problema lo hanno alimentato; bensì con la presa di coscienza dei giovani , sempre più connessi ma sempre più vulnerabili ai mutamenti dei media , attraverso un approccio di tipo pedagogico ed educativo, che venga istituzionalizzato e reso materia di interesse generale. La prima cosa da fare sempre  davanti alle circostanze raccontate dai mezzi e sui mezzi di comunicazione   è quella di dubitare.